INTERVISTA AD AIDA TALLIENTE

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Aida mi chiama al telefono per sapere dove sono, la vedo passare davanti alla mia auto parcheggiata a fianco del Miskappa quando esce dalle prove del coro della Resistenza. Le vado incontro e partiamo verso Cervignano, è una sera grigia di un martedì anonimo. Al teatro Pasolini suonano i Diavoli Rossi di Cojaniz. Ci fermiamo prima a Palmanova per una pizza. Registro le nostre parole con un piccolo aggeggio digitale, e le riascolto in una notte di gennaio filtrandole dal sottofondo di piatti e bicchieri, chiacchiere, e rumori di motore che risuonano nelle strade deserte della bassa. Aida è entrata a far parte della nostra associazione quasi per gioco. Abbiamo costruito uno spettacolo assieme, Books Across Balkans guardandola intagliare con minuziosa perizia le parole, cucendosi addosso le letture frase per frase, sospiro dopo sospiro, illuminata dalle piccole lampade che ci sono compagne sul palco. Ho avuto la possibilità di stare due volte sul palco assieme a lei per Sospiro d’Anima, lo spettacolo in cui lei diventa Rosina, vecchia partigiana sospesa in un limbo tra un mondo che è stato ed un mondo che l’aspetta, dove? Al di là. Due spettacoli e una dozzina di prove a suonare per una grande attrice, che questo è Aida, una grande attrice.

Attrice o narratrice? Spesso quando si parla di te si cerca di etichettare il tuo lavoro. Con Aisha parlavi di una donna soldato della Costa d’Avorio, con Sospiro d’anima hai messo in scena la vita di Rosina, un’ex partigiana, con Miniere, il prossimo spettacolo che metterai in scena, parli della comunità di Cave e della vita dei minatori, possiamo dire che il tuo lavoro in qualche modo è legato al teatro sociale?

Solitamente ogni lavoro viene “etichettato”, viene preso e messo dentro un contenitore più grande: quello che viene chiamato teatro di ricerca, classico,d’innovazione, teatro danza ecc. Io penso che ogni percorso attraversato in maniera profonda abbia dentro qualcosa in più rispetto a dei semplici “nomi”. Ci sono esempi di spettacoli di danza, in cui si trovano all’interno momenti molto teatrali, oppure spettacoli di prosa in cui davvero accadono delle cose, altri invece in cui per due ore non accade niente! Il mio percorso che si è delineato naturalemente nel corso del tempo, è quello di raccogliere storie, di poter arrivare, un giorno, in età avanzata e scoprire che la mia vita è stata accompagnata dalle storie incontrate lungo il  “Viaggio”. Raccogliere storie significa dedicarsi. Significa stare il tempo che serve con chi s’incontra, entrare nelle case, ascoltare i ricordi, dialogare, affezzionarsi. Questa lunga ricerca, che ogni volta ha tempi diversi, ha anche differenti modalità per essere riportata sulla scena. A volte è necessario fare un minuzioso lavoro di “imitazione”, che non significa solo copiare o tentare di riprodurre, ma significa trovare il corpo della persona (del personaggio), capire il suono della voce, dove appoggiano i respiri, le pause. Ascoltare e osservare profondamente. Altre volte quello che serve è lavorare di più sulle immagini che si costruiscono i scena, come fossero dei quadri. Altre volte ancora può accadere che il giusto modo di “recitare” un testo sia quello di dirlo e basta, nel modo più neutro possibile. Insomma, ogni cosa viene affrontata in modo diverso.

Quindi il lavoro sui personaggi è molto importante per te, lo hai fatto spesso su personaggi femminili, è solo questo che ti differenzia dal lavoro che fanno altri come Marco Paolini o Ascanio Celestini?

Con le storie al femminile riesco a trovare molti punti in comune in minor tempo rispetto a quelle maschili. Ma il tipo di lavoro è sempre lo stesso: si lavora sul corpo con un traininfg fisico specifico, si lavora sullo spazio, sulla drammaturgia, sulle immagini evocative ecc. Con certezza posso dire che non si tratta di un lavoro di narrazione ma di un lavoro attoriale molto serio, rigoroso e faticoso. E so per certo che è molto diverso da quello che viene fatto da Ascanio o da Paolini. L’ unica cosa che forse può accamunare i tre percorsi è che tutti cerchiamo storie e che tentiamo di raccontarle (ognuno a suo modo).

Quello che fai ha dunque dei forti connotati antropologici, ti mescoli col territorio, lo conosci, entri nel contesto sociale.

Eh sì! Bisogna proprio far così…viaggiare a lungo e lavorare in luoghi come Africa, Sud America, Bali è stato…è molto importante per me, per un attore in genere, perchè sono posti in cui la cultura è ancora molto vibrante, molto piena di tradizioni, usanze, rituali. C’è un materiale molto forte da prendere, attraversare e trasformare…

C’è anche una forma di lettura psicologica ? Nel tuo entrare dentro il personaggio intendo…

Inizialmente, dopo aver raccolto una storia, il primo lavoro che faccio è un faticosissimo lavoro fisico: peso del corpo, movimento, azione, scomposizione improvvisazione. Parto da lì perchè mi sembra che il corpo, in qualche modo, sia più intelligente della testa, come se già sapesse cose fare, dove andare. A volte il troppo pensiero inizialmente blocca il lavoro. Questo non significa non pensare a ciò che si fa, si pensa e come, si lavora a più livelli: corpo, parola, luogo, oggetti…Una volta trovata l’intera struttura dello spettacolo, è il momento in cui si affina e si chiarifica il pensiero del personaggio, quello che lui sta vivendo e attraversando in quel momento. Il percorso diventa “naturale” “reale”, non naturalistico o realistico. Quando si arriva a capire esattamente quello che si sta facendo in scena dall’inizio alla fine, è il regalo più grande, il momento più bello per un attore, perchè è come riuscire a risolvere un enigma, è la rivelazione, è il parto, è la vittoria e la soddisfazione dopo la battaglia.

Inoltre tu puoi essere definita un’autrice. I tuoi spettacoli li scrivi da sola.

Si, anche se mi capita di fare molta fatica a volte. Ci sono situazioni in cui la scrittura nasce subito, altre in cui riesco a mettere insieme delle parole solo dopo un gran lavoro sull’ improvvisazione, altre in cui mi viene da piangere perchè non esce proprio niente! Allora in quel caso sono costretta ad aspettare che il “motore” riparta con i suoi tempi…

In scena reciti molto con oggetti che i tuoi personaggi usano in modo quasi rituale.

Ho avuto un percorso attoriale molto faticoso fin’ora, fatto di autoproduzione, ricerca personale, totale gestione di ogni cosa, quindi da un lato grande libertà, dall’altro una concreta impossibilità di fare in altro modo perchè i mezzi, semplicemente non ci sono. Ciò significa impararae a lavorare e a costruire qualcosa con quello che si ha e spesso hai solo te stesso, la tua fragile e inquieta competenza, qualche oggetto, qualche piccola cosa. Allora bisogna trovare il modo di far “vivere” quei pochi oggetti, di farli “raccontare”, di trovare di volta in volta il modo di costruire un piccolo rituale. Entrare in scena pensando di fare un rito anzichè uno spettacolo, è già una grande differenza, so che chi lavora in questo modo può capire queste parole. Col passare del tempo però, se questa bellissima modalità di lavoro, rimane l’unica possibilità che uno “ha” perchè “non ha” altro…allora non va bene, diventa un limite! Tutti dovrebbero essere messi nelle migliori condizioni per lavorare e non per sopravvivere.

Spesso si tratta di oggetti semplici usati in modo quasi minimale.

Sono usati a seconda di ciò che sereve. Sicuramente in alcuni degli spettacoli ci sono degli elementi che ritornano: strutture in legno, lampadine, oggetti vecchi o appartenenti a persone care. L’oggetto si riempie di sacralità quando gli viene data. Nello spettacolo “Sospiro d’Anima” c’è un cerchio di lampadine a terra ricoperto da pietre provenienti da tutto il mondo. Ognuna di quelle pietre mi è stata regalata da qualcuno perciò ogni pietra ha il suo posto ben preciso. Nello spettacolo “Miniere”, la tromba che viene suonata in scena apparteneva a mio nonno, oppure c’è una Madonnina bellissima (un po’ scheggiata purtroppo) che mi è stata regalata da Danio Manfredini. Insomma, cerco di portare con me delle cose che abbiano anche un valore affettivo. Mi accompagnano…

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Nello spettacolo di Books Across Balkans abbiamo usato più forme espressive contemporaneamente: la musica, le letture recitate, i disegni proiettati. Per Miniere sappiamo che hai collaborato con un musicista jazz, Mirko Cisilino. L’uso della musica dal vivo è un’altra componente che ti contraddistingue. Ci saranno commistioni con altre forme espressive?

Sì, c’è una cosa in più, delle foto. Fin’ora ho cercato sempre di lavorare facendo nascere tutto in scena, perciò è raro che io utilizzi tracce sonore esterne, proiezioni, registrazioni ecc. Cerco di far partire tutto da lì dentro. Di Mirko posso dire che non è solo un musicista jazz, non può essere etichettato. Suona qualsiasi cosa con un trasporto e una passione molto rari. Ha un suono struggente e una capacità fortissima di entrare in empatia con la storia. Fa azioni, si muove, sposta la scena, quindi ha dovuto imparare anche a stare sul palco non solo come un musicista ma  come un attore. Ed è lui che proietta alcune vecchie fotografie di Danilo De Marco scattate a Cave nel 91. Vengono proiettate, sovrapposte, fatte scorrere sempre e direttamente in scena manualmente su una lavagna luminosa. Le foto di Danilo vengono proiettate all’interno di una figura circolare. Sembra di vedere sorgere in alto una luna piena dentro cui scorrono dei volti, i volti del passato e quelli del presente. Non a caso porto con me le foto di Danilo. Danilo è un altro raccoglitore di storie. Gira il mondo per conoscere e stare dentro le situazioni in modo da poterle raccontare. Non ruba immagini ma le cerca con minuziosa pazienza…anche il lavoro di Danilo è un mondo pieno di senso e lascia tracce dietro di sè per quelli che verranno.

A proposito di tracce, a quanto pare Sospiro d’anima ne sta lasciando molte anche in giro per il mondo. Tra breve lo rappresenterai in Messico, puoi spiegarci come è nata questa replica transoceanica?

Sì ma non è di sicuro merito mio, sono stata invitata insieme ad un gruppo di friulani ruspanti: Massimo Somaglino, PierPaolo Di Giusto e Danilo De Marco. E’ sempre Danilo che fa nascere tutto. Perciò il 18 febbraio sarò in volo verso il Festival di Mahahual, un festival internazionale tra Italia e Messico dove sono stata invitata a portere uno spettacolo e poichè nel festival si parla di Resistenza ho deciso di portare “Rosina”. Ci saranno molti ospiti che partono dall’Italia tra cui Pino Cacucci, Concita de Gregorio ed altri. Con me verrà anche il compagno di mille battaglie, il fisarmonicista David Cej dei Radio Zastava. Il 21 febbraio faremo una versione di Sospiro d’Anima in spagnolo. Non è la prima volta che mi capita di recitare in una lingua che non è la mia, perciò c’è ancora uno scollamento tra corpo-voce ma piano piano diventerà tutto più naturale, cercando di mantenere anche le parole in friulano, i modi di dire che aveva Rosina, il balbettio, la voce rotta ecc.

Una bella soddisfazione quindi.

Sì, ogni tanto ci vuole! Una bella possibilità, come lo è anche il nostro Books Across Balkans e il lavoro su Miniere anche se in quel caso, potrò sentire di aver chiuso un cerchio, solo quando riusciremo a portare lo spettacolo dentro la miniere di Cave, nella sala degli argani. Con alcuni della comunità si sta cercando di organizzare tutto per luglio.

E’ stato difficile il lavoro su Miniere?

Un anno di lavoro, tempo, fatica, passione, soldi che dovevano arrivare da una produzione ma che alla fine non sono mai arrivati e forse mai arriveranno. Tanta fatica, a volte odio, disperazione, voglia di buttare via tutto il materiale raccolto. Credo di non avere mai patito tanto per costruire uno spettacolo. Non so quale sarà il risultato agli occhi del pubblico. So che ho cercato disperatamente di fare del mio meglio e questa volta davvero non riesco a fare più di così…non c’è verso. So profondamente che anche questo lavoro ha un forte senso, una necessità vera ma ho fatto fatica…proprio fatica anche perchè tutto il lavoro è ovviamente legato alle mutevoli dinamiche della comunità. Io ho trovato una comunità ferita, ancora delusa dal passato, una comunità arrabbiata. Una protesta del passato che lascia ancora segni molto forti. Vivendo questo, “Miniere” diventa in parte una protesta per difendere il proprio lavoro, la propria storia, un paese. Il sottotesto di questo spettacolo è molto attuale in verità…Certo uno spettacolo non deve servire solo a sfogare le proprie pene ma deve portare altro: recuperare una memoria, lasciare un pensiero, attraversare sentimenti, mostrare immagini… Miniere è ancora un mistero. A breve, quando incontreremo il pubblico, capiremo cos’è, dove siamo andati, cosa siam riusciti a trovare, cosa manca, cosa non va e tutto il resto.

Lo spettacolo è ormai finito, quando potremo vederlo in scena?

Facciamo l’anteprima il primo febbraio a Pordenone, e adesso comincio a portare in giro le locandine, i volantini, spedisco le mail, poi ad aprile ci sarà la prima a Udine, e probabilmente a luglio si potrà realizzare una replica nella miniera di Cave grazie ad alcune persone della comunità. Alcuni di loro, incontreranno il pubblico a Pordenone e a Udine. Racconteranno delle vicende, parleranno in modo più specifico della storia di Cave e dell’occupazione. E’ molto emozionante sentirli parlare. Per concludere dunque: cercare un senso. Il senso c’è quando si ha dentro la necessità di dover attraversare una storia e raccontarla. Non importa il modo, ciò che conta più di ogni altra cosa è la necessità. Questo è il motore. E la necessità diventa amore, diventa cura, la cura diventa precisione, la precisione diventa efficacia e l’efficacia diventa intenzione e verità. Quando c’è tutto questo, in scena accadono delle cose, accadono realmente, per chi le conduce e per chi le osserva e le accoglie. Questo è il lavoro duro da fare. Spietato perchè non da altre possibilità. Perchè le cose in scena accadono o semplicemente non accadono e quando capita l’una o l’altra cosa si vede. Lo vede il pubblico, e lo sa anche chi è coinvolto direttamente. Per quanto sia faticoso, duro, per quanto ci abbiano messo in situazioni di lavoro insestenibili, vale la pena continuare a cercare tutto questo, perchè sono i sentimenti che muovono il mondo, è l’attenzione per le cose e la dedizione di sè per gli altri che fa la differenza e che fa in modo che anche uno spettacolo, posso lasciare una traccia nella vita di qualcuno.

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